lunedì 12 novembre 2007

Il mondo dell’architettura e la ricezione dei nuovi paradigmi di ecologia politica

L’architettura è una disciplina legata attraverso numerosi fili all’universo delle pratiche scientifiche e capace di generare importanti conseguenze sul mondo sociale. L’emergenza, nella stretta attualità, di una questione ecologica di portata globale, è stata recepita al suo interno come una occasione di revisione del proprio ruolo, del proprio ambito di intervento, delle proprie responsabilità. Tuttavia nel fare ciò, secondo il parere di molti e di chi scrive, l’ambiente dell’architettura ha quasi sempre assunto in maniera superficiale il tema dell’ecologia, limitandosi a riceverne la definizione dai movimenti di ecologia politica da cui è stata preceduta. La nostra sensazione, sviluppata soprattutto in ambito accademico, è che il tema dell’ecologia, assunto nella teoria e nella pratica architettonica sotto la definizione della Sostenibilità, abbia trovato la propria posizione all’interno delle vecchie categorie che strutturano la disciplina in una forma tanto invasiva quanto innocua. Accogliendolo all’interno dei vecchi paradigmi senza accettare il cambio epistemologico che il suo avvento presuppone, se ne è voluta limitare la portata rivoluzionaria ad un accordo indolore: “tutto cambi perché non cambi nulla”.
Con il presente intervento, basato sul saggio del filosofo e sociologo Bruno Latour “Politiche
della natura”, si intende presentare il contributo fornito dagli studi di sociologia delle scienze
alla formulazione di una nuova teoria politica dell’ecologia, a nostro avviso capace di fornire una
contestualizzazione quanto mai necessaria alla pratica ed alle teorie architettoniche contemporanee nel loro improrogabile confronto con l’emergenza ecologica.

La peculiarità dell’approccio metodologico della sociologia della scienza, della quale Latour è uno
dei principali esponenti, consiste nell’abbandonare, nell’osservazione empirica dell’azione degli
scienziati, questioni anteriormente proprie dell’epistemologia, ovvero basate sulla formulazione
ed elaborazione dei principi generali della conoscenza. Facendo ingresso nei contenuti delle teorie
scientifiche, la sociologia della scienza non intende presentare la scienza come prodotto dell’ordine sociale, bensì mostrane i processi interni di elaborazione e, per tanto, concentrarsi sulle pratiche degli scienziati nel momento in cui vengono elaborate o realizzate. Tanto il concetto di natura quanto quello di società, prima di essere cause, vengono considerati come conseguenze: l’effetto di complesse negoziazioni, alleanze e controalleanze che formano parte dell’attività degli scienziati. Da questa radicale messa in discussione delle dicotomie che tradizionalmente forniscono alla Scienza il suo statuto all’interno della Società, Latour perviene alla necessità di formulare un nuovo paradigma politico: una nuova teoria politica dell’ecologia.
Per Latour, al contrario di quanto si sostiene correntemente, l’ecologia politica non ha ancora iniziato ad esistere. I movimenti che si riuniscono sotto il suo nome si sono infatti limitati a sommare i due termini di Ecologia e Politica, senza interrogarsi sul significato che questi ultimi hanno assunto nella storia della società occidentale. Essi non avrebbero accesso alla Natura cui fanno costante riferimento (attribuendosi il merito di averla portata al centro del dibattito e delle priorità politiche), ma si limiterebbero a riceverla, come un fatto precostituito dall’universo delle pratiche scientifiche. Tale universo, formato da quell’insieme eterogeneo di strumenti, discipline e protocolli che costituiscono lo specifico oggetto di studio della sociologia della scienza, lungi dal rappresentare un neutrale specchio della Natura ad uso della Società, si configurerebbe come soggetto politico terzo, finora ignorato dai movimenti di ecologia politica. Non solo, ma gli stessi concetti di Natura e Società, come si è già accennato, rappresenterebbero una costruzione politica risalente al mito della caverna, descritto da Platone nella Repubblica, volta a paralizzare qualsiasi tentativo di composizione di un universo politicamente armonizzato.
Latour procede alla demolizione di tale costruzione a partire dallo stesso mito della caverna, o
meglio dalla sua trasformazione storica nell’allegoria politica del rapporto fra scienza e società.

Esso presenta la natura e l’universo sociale come due mondi separati, l’uno attinente alla realtà delle cose per come esse sono e l’altro alla eterna disputa delle proiezioni individuali: questioni ontologiche e questioni epistemologiche. Fra i due mondi si muove il filosofo (con la storia trasformatosi in scienziato), capace di operare due cesure: la prima cesura avverrebbe attraverso l’uscita dal caos dell’universo sociale e l’ascesa alla realtà oggettuale della natura; la seconda, con la discesa ed il ritorno nella caverna dominata dalle passioni e dalle illusioni umane, per portare il lume e l’autorità della verità rivelata. Il duplice viaggio del filosofo/scienziato presupporrebbe capacità inspiegabili ed incoerenti con lo statuto precedentemente attribuito ai due mondi: in virtù di quale autorità egli sarebbe capace di separarsi dalle nebbie dell’ “inferno del sociale” per raggiungere il mondo delle cose? In virtù di quale competenza sarebbe in grado di far parlare gli oggetti muti? Quale potere gli permetterebbe di trasportare nella caverna dell’arbitrio umano le verità incommensurabili appena ottenute, facendo su di esso valere l’autorità di queste ultime?
Secondo Latour, la creazione di questo primo bicameralismo atto a dividere Oggetti dotati di autorità ma non di parola, e Soggetti dotati di parola ma privi di qualsiasi autorità, risponderebbe ad una precisa esigenza politica: quella di interrompere la altrimenti insolvibile dispute tra le umane rappresentazioni, facendo appello ad una verità indiscutibile e trascendente. Solo ignorando la natura dei complessi legami che uniscono le pratiche scientifiche e le società si può difendere la divisione fra la Scienza, capace di specchiare perfettamente una realtà preesistente, ed un universo di pure questioni epistemologiche, private di qualsiasi immanenza così come di qualsiasi pregnanza. Invocando il potere autoritario della Scienza quale unica salvezza contro l’inferno del sociale, si attua una precisa divisione dei poteri fra Scienza
e Politica, e si rende impossibile la costruzione di un cosmos democratico.
Ora, la negazione di qualsiasi cesura fra il mondo sociale e quello delle realtà esterne non significa per Latour sostenere la tesi della “costruzione sociale” delle scienze: non si tratta di limitarsi ad affermare l’influenza dell’universo politico sulle convinzioni scientifiche arrivando a sostenere la coesistenza di tante “idee di natura” quante sono le culture. La prospettiva “multiculturalista” ha infatti il proprio fondamento nella persistenza del “mononaturalismo”: affermare che l’universo sociale influenzi o addirittura determini la produzione scientifica non significa contestare l’esistenza di una Natura unificata preesistente alla scienza. Alla base tanto di posizioni realiste quanto idealiste risiede la divisione dei poteri fra Natura e Società, simbolizzata dal mito della caverna. Al pari degli antichi poteri del Papa e dell’Imperatore, con i quali condividono la proprietà di essere reciprocamente incommensurabili, i poteri di Natura e Società vanno secolarizzati al fine di essere resi commensurabili. Se attraverso la espressione di “politicizzazione della Scienza” si era voluto fino ad oggi intendere l’ingerenza delle
costruzioni sociali nella rappresentazione scientifica della Natura (presumendo con ciò la neutralità di ogni pratica scientifica ottimale), secondo Latour con tale espressione si dovrebbe denunciare la costruzione politica soggiacente agli stessi termini di Natura e Società. Con l’aiuto della sociologia della scienza, si può in tal modo passare da una definizione di Scienza tuttora debitrice del ruolo politico della Natura, alla celebrazione delle scienze quale insieme di pratiche interlocutorie e socialmente implicate.

Al fine di abbandonare definitivamente il ricorso politico alla Natura promosso dai teorici e dai
movimenti di ecologia politica, Latour propone di ispirarsi alla pratica degli ecologisti militanti.
Costoro, pur rivendicando l’appartenenza delle proprie azioni all’orizzonte teorico dell’ecologia politica tradizionalmente intesa, non si occuperebbero affatto della Natura di cui si dichiarano paladini. La loro azione (tuttora inconsapevole) sarebbe volta a porre sistematicamente in crisi qualsiasi ordinamento unitario e stabile, sconvolgendo le gerarchie stabilizzate, ampliando il novero dei soggetti degni di considerazione, entrando nel merito di pratiche e controversie scientifiche specifiche e circoscritte, interessandosi della negoziazione fra categorie di soggetti, oggetti ed istituzioni tanto eterogenei da apparire incommensurabili. Lungi dall’attivarsi a seguito di una crisi della Natura, denuncerebbero piuttosto una crisi dell’oggettività.
L’ oggetto, così come veniva considerato dalla tradizione moderna, era caratterizzato da una essenza autonoma, da una inequivocabile appartenenza all’universo delle cose, e da una genesi occulta o quantomeno invisibile. Dotati di uno statuto di verità e meccanicamente determinati, gli oggetti moderni venivano considerati prevedibili nei loro effetti sul separato e ben più sfumato universo dei soggetti sociali. Inoltre, tali effetti non possedevano mai il potere di modificare retroattivamente la definizione e lo statuto degli oggetti medesimi.
Al contrario, i cosiddetti “attaccamenti a rischio”, frutto dell’irruzione delle pratiche dell’ecologia
militante nel mondo statico ed ordinato degli oggetti, si caratterizzerebbero per la loro inscindibilità dall’universo sociale: i loro confini, resi ambigui e temporanei dal proliferare di collegamenti e relazioni con entità ugualmente ambigue, costituiscono il risultato di altrettante procedure di negoziazione, che coinvolgono tanto l’universo scientifico quanto quello sociale. Generati da processi trasparenti e costantemente pubblicizzati, il loro statuto sarebbe costantemente soggetto alla possibilità di subire crisi, revisioni, riconfigurazioni causate dagli effetti di cui possono essere riconosciuti diretti responsabili.
Emerge a questo proposito l’aspetto centrale della riflessione di Latour: la definizione di
qualsiasi attore non viene dal riferimento a categorie ontologiche precostituite, bensì dalle forme delle procedure attraverso le quali si costituisce. L’esistenza di qualsiasi entità è definita come il necessario processo collettivo di costruzione di una legittimità politica. Non stupisce a questo proposito lo scarso potere acquisito dai movimenti di ecologia politica e l’inefficacia del loro ricorso, quale fonte di legittimazione politica, ad una entità (la Natura) costruita fuori da qualsiasi procedura.
Solo facendosi forte della propria capacità di portare sconvolgimento all’interno di qualsiasi gerarchia, di attivare un processo di costante riconsiderazione e riconfigurazione degli attori e delle loro alleanze, responsabilità e posizioni reciproche, l’ecologia politica sarà capace di rendersi promotrice del nuovo paradigma politico auspicato. Da parte sua, la sociologia della scienza, portando l’enigma della produzione scientifica al centro della vita pubblica, rompe la storica alleanza fra natura e scienza (ora non più sinonimi), trasformando le scienze in una delle competenze necessarie alla costruzione ed alla legittimazione politica del mondo comune. Una volta di più, è attraverso una metafora tratta dall’universo politico che Latour definisce l’essenziale ruolo delle scienze all’interno nuovo paradigma ecologico. Se la divisione fra soggetti e oggetti può darsi per superata, e la composizione del mondo comune costituisce il prodotto di un’assemblea di esseri capaci di parlare, il compito delle scienze risiederà nel rendersi portavoce dei non umani prendenti parte a questa assemblea.
La progressiva scomparsa della distinzione fra l’interno e l’esterno dell’ambito di pertinenza delle discipline scientifiche, di cui sarebbe la prova la crescente ingerenza di scienziati e controversie scientifiche nella vita pubblica, non costituisce l’effetto di un errore procedurale atto ad inquinare la presunta imparzialità della Scienza; al contrario, attraverso gli studi di sociologia della scienza si è reso chiaro come l’universo della ricerca scientifica sia caratterizzato da modalità di locuzione non ascrivibili né a posizioni costruzioniste (la soggettività dello scienziato parla al posto della realtà), né a posizioni realiste (la realtà parla attraverso lo scienziato). Se fino ad oggi le scienze hanno presentato il risultato delle proprie discussioni sotto forma di fatti stabiliti all’unanimità, ciò non si deve alla natura definitiva della dimostrazione scientifica, bensì alla separazione di cui l’universo scientifico godeva all’interno del bicameralismo proprio del paradigma politico della caverna. Nella figura del portavoce Latour individua la proficua capacità politica di situarsi in una posizione variabile all’interno dell’ampio spettro che separa la persuasione dalla dimostrazione, l’ “io parlo” da “i fatti parlano”. Della capacità di un portavoce di parlare per il proprio mandante, è ragionevole diffidare profondamente ma non definitivamente: tale dovrebbe essere, nell’opinione di Latour, l’atteggiamento nei confronti degli scienziati, veri portavoce dei non umani. All’interno dei laboratori, le discipline scientifiche attribuiscono la parola alle molteplici entità raccolte sotto la categoria di non umani, grazie al complesso repertorio di strumenti di inscrizione di cui sono esclusive detentrici. Con l’espressione di strumento di inscrizione, o più prosaicamente, di apparato di fonazione, Latour si
riferisce ad una configurazione di elementi capace di trasformare una sostanza materiale in una figura, o diagramma, direttamente utilizzabile da parte di uno dei membri del gruppo di ricerca. Per esempio, una mappa genetica costituisce una inscrizione, generata da tutto l’apparato tecnico che permette la sua definizione. L’inscrizione si riferisce a tutti i tipi di trasformazione attraverso i quali una entità si materializza in un segno, un documento, un pezzo di carta o una linea: con la mediazione degli strumenti, in laboratorio le cose divengono pertinenti per ciò che diciamo di loro. Più la strumentazione sarà complessa, artificiale, capace di rendere conto del maggior numero di fattori ed attori implicati nella definizione di una entità, più si verificherà ciò che si era precedentemente auspicato: soggetti ed oggetti verranno resi commensurabili attraverso la nuova definizione di associazioni di umani e non umani.
Ove soggetti ed oggetti instauravano un gioco a somma zero, umani e non umani possono associarsi, scendere a patti, costruire un collettivo unico attraverso un confronto finalmente democratico.
Gli strumenti di inscrizione propri delle discipline scientifiche immettono costantemente nuovi attori all’interno del collettivo, aumentando i collegamenti, le conseguenze degli attori esistenti:
in una parola modificandone costantemente lo statuto. Le gerarchie interne vengono sconvolte, le negoziazioni necessitano di essere riformulate: attraverso il termine di articolazione, si identifica la virtù di un collettivo di aumentare i propri elementi di mediazione, i dispositivi e le procedure di interrogazione e ordinamento di nuove realtà.

Non si richiede più alla Scienza che produca fatti incontrovertibili: nella loro definizione è
possibile individuare un principio autoritario volto a dissimulare i luoghi (il laboratorio) e gli attori (principalmente ma non unicamente gli scienziati) che hanno partecipato alla loro costruzione. Sotto il loro nome trovano dimora, senza possibilità di differenziazione, la vasta gamma di fasi intermedie che conducono alla loro formulazione. In fine, nella presentazione dei fatti si omette l’orizzonte teorico dal quale questi ultimi ricevono il proprio significato: un fatto interviene sempre a supporto di una teoria, perde di senso una volta isolato dal proprio paradigma di riferimento.
Roccaforti della divisione dei poteri propria del bicameralismo precedentemente contestato, i fatti restano nettamente divisi dall’universo dei valori: ad essi precedenti in ordine gerarchico e di tempo, lasciano a questi ultimi una capacità di giudizio che si vorrebbe puramente trascendentale, ma che risulta vana e residuale. Esprimendosi su fatti già costituiti, nella completa ignoranza delle modalità e degli agenti che li hanno generati, i valori non sono in grado di esercitare alcuna facoltà di ordinamento.

Latour si interroga quindi sulla maniera più opportuna per superare la vecchia dicotomia, senza
mancare di adempiere alle esigenze che si erano legate ad essa. La risposta risiede in una operazione di scomposizione e riorganizzazione delle istanze già contraddittoriamente presenti all’interno dei due termini. Nella nozione di fatto, secondo Latour, giacciono due esigenze contrastanti: la prima riguarda la necessità di riconsiderare il numero di attori che partecipano alla discussione, ovvero alla costruzione del mondo comune. A tale esigenza viene attribuito il nome di perplessità. La seconda (nella quale risiede il principio autoritario previamente discusso a proposito dei fatti) riguarda la necessità di istituire in modo definitivo i componenti dello stesso: tale necessità prende il nome di istituzione.
Ugualmente, nella nozione di valore, trovano dimora due istanze differenti: la prima si occupa di vigilare sulla correttezza delle procedure di inclusione ed esclusione dal collettivo (esigenza di consultazione). La seconda raccoglie la precedente vocazione dei valori all’ordinamento, discute
la compatibilità degli attori e la loro gerarchizzazione all’interno del mondo comune in costruzione (esigenza di gerarchizzazione). Le quattro esigenze vengono riordinate all’interno di due differenti gruppi o camere. La prima camera, dotata del potere di presa in considerazione, stabilisce quali associazioni di umani e non umani abbiano la facoltà di entrare nel processo di discussione e costruzione del mondo comune. Ad essa appartengono l’esigenza di perplessità e quella di consultazione.
Laseconda camera, dotata del potere di ordinamento, elabora ed istituisce le forme della convivenza di tali associazioni. Ad essa si ascrivono l’esigenza di gerarchizzazione e quella di istituzione.

Grazie a questo doppio movimento di scomposizione semantica e riassemblamento all’interno di
nuove categorie di strumenti politici, Latour perviene alla definizione del nuovo bicameralismo.
Attraverso di esso si popola l’universo comune di una nuova democrazia ecologica fondata nelle
forme. Al suo interno il dialogo fra umani e non umani è reso possibile dalla trasparenza e dalla
correttezza di un processo atto a fornire identità e legittimità politica agli uni ed agli altri.


In ciò risiede, a nostro parere, la lezione che la disciplina dell’architettura dovrebbe raccogliere dalle teorie di ecologia politica di Latour. La questione ecologica non richiede all’architettura un riposizionamento della natura all’interno dell’ethos che dovrebbe dirigere il complesso delle sue pratiche; al contrario, urge ridiscuterne la definizione, tuttora legata alle forme in cui il paradigma moderno la concepì.
Se, attraverso una estrema semplificazione, possiamo affermare che l’esito materiale dell’architettura consiste nella produzione di oggetti, tali oggetti non possono più identificarsi con le entità autoritarie e rigidamente determinate nelle quali si riconosceva la tradizione moderna. L’architettura deve entrare nei processi di costruzione del mondo comune, interessandosi alla complessità dei processi di negoziazione che accompagnano l’ingresso dei non umani (in questo caso organismi architettonici) all’interno della realtà. Considerando i prodotti del proprio operato come altrettanti attaccamenti a rischio, impuri, densi di relazioni e compromessi con attori diversificati, la disciplina dell’architettura potrà rifondare la propria legittimità: senza il ricorso all’autorità della Natura, bensì nelle forme del proprio processo di costruzione.


In ambito accademico, l’accezione lenitiva che spesso assume il termine di sostenibile, il suo carattere di “edulcorante morale” ad uso di perfetti oggetti modernisti, ricorda la divisione dei poteri fra fatti e valori precedentemente trattata.
Al pari di ciò che avveniva per qualsiasi considerazione di valore operata su fatti definiti in separata sede ed una volta per tutte, l’approccio sostenibile sconta una posizione subordinata in senso gerarchico e temporale, che ne limita fortemente la capacità operativa.
Inoltre, i presupposti teorici sui quali fonda il proprio operato la rendono debitrice di una Natura tanto moralmente superiore, quanto paralizzante dal punto di vista pratico (è universalmente noto come non esista un progetto che si possa definire totalmente sostenibile).

In ultimo, la suddivisione fra corsi improntati alla sperimentazione artistica e corsi incentrati sulle normative tecniche, parrebbe riflettere la scissione del bicameralismo proprio della “politica della caverna” denunciata da Latour: da un lato l’ universo delle discussioni interminabili, fondato su valori opinabili privati del peso (ma anche della consistenza) del reale; dall’altro un mondo lontano da qualsiasi possibilità di negoziazione creativa, dominato da fatti incontrovertibili perché forti del loro potere di censura.

La strenua difesa di entrambe le parti in causa contro qualsiasi ibridazione degli ambiti consolidati (sotto gli auspici di un ordinamento meno schizofrenico, più appagante, e finalmente ecologico), dà la misura di quanto i vecchi paradigmi siano difficili da rovesciare.



BIBLIOGRAFIA:

Latour Bruno (1999), “Politiche della natura”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000.

Sànchez-Criado Tomàs, “Bruno Latour: haciendo la Res Publica”, pubblicato in AIBR-Revista de
Antropologìa Iberoamericana, numero speciale Nov.-Dic. 2005. disponibile sul sio internet: www.aibr.org

Tirado Serrano Francisco e Domènech i Argemì Miguel, “Asociaciones Heterogeneas y actantes: el giro postsocial del la teorìa del actor-red”, pubblicato in AIBR-Revista de Antropologìa Iberoamericana, numero speciale Nov.-Dic. 2005. disponibile sul sito internet: www.aibr.org

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